Route 66…c’ero anch’io 2

Quando dico che partimmo alla ventura non dovete pensare che viaggiassimo alla cieca. Avevamo pianificato degli itinerari, anche perché, come vi avevo anticipato, la Route 66 “ufficialmente” non esiste più, cioè è solo il vecchio sistema di numerazione che non c’è più. In realtà larghi tratti della vecchia Historic Route 66 esistono ancora oggi. Bisogna solo saperli cercare. Dovete sapere che, quando fu costruita negli anni 20, non si deturpava il paesaggio per rendere più rettilinea possibile la percorrenza, proprio per questo non ha distrutto il paesaggio per velocizzare gli spostamenti ma si è adattata ad esso ed è quindi tortuosa e fantasticamente immersa nella splendida natura che attraversa. Occhio quindi ai cartelli stradali che a volte ve la indicheranno come Historic Route 66. La cosa che mi ha colpito di più non sono tanto le grandi città bensì i piccolissimi centri urbani dimenticati da Dio fermi agli anni ’50. Alcuni sono abbandonati e se ne stanno lì senza vita eppure carichi di storie di vita mai raccontate. Sono le Ghost Town. A questo proposito vorrei parlarvi di Bagdad, no non quella in Iraq.
Quella che dico io si trova in mezzo al deserto Mojave a meta’ strada tra Amboy e Barstow. Se la percorri ti imbatti nel Bagdad Cafe, vi dice niente questo nome? Bagdad come paese non esiste piu’ da molti decenni ed il Cafe si trova effettivamente a Newberry Springs un’altra Ghost Town nel deserto. La cosa buffa è che sembra sembra un rifugio alpino, e c’è una ragione. Nel 1987 il regista Percy Adlon decise di ambientare nel Mojave quel film delizioso dal titolo Bagdad Cafe. Sul luogo c’era il Sidewinder Cafe che venne pero’ abbattuto e ricostruito secondo le indicazioni degli sceneggiatori come fosse un rifugio delle alpi bavaresi. In effetti si trattava solo di un set cinematografico, solo la facciata e nulla dietro. Finite le riprese una ex attrice decise di comprarsi il set così come stava e lo fece diventare un vero cafè, il Bagdad cafè. Non è una storia curiosa?

(On the road again

Step 2)

Route 66… c’ero anch’io!

Ero giovane, avevo 20 anni, ero caparbia e volevo tutto e subito. Con un gruppetto di amici organizzammo questo viaggio su cui avevamo fantasticato tanto. Easy Rider e il 1969 erano lontani ma il fascino della Route 66 colpiva ancora. Ricordo che eravamo indecisi tra Capo Nord e la Mother Road che alla fine ebbe la meglio. I giorni precedenti la partenza furono giorni di furore, sangue e lacrime. In lite continua con mio padre che non voleva che m’ìmbarcassi in un viaggio così particolare, lontano dalle sue antenne, e poi con chissà chi, a fare chissà che cosa. Per non parlare di mia madre che passava le giornate a scongiurarmi di desistere dal mio proposito e a pregare la Madonna che mi facesse rinsavire. Ma io avevo deciso e niente e nessuno poteva fermarmi. Il giorno prima della partenza mia madre lo passò in chiesa a pregare perché non cadesse l’aereo. Arrivati a Chicago noleggiammo le moto e partimmo. Non dimenticherò mai il rumore assordante di quelle bestie di acciaio e il male alle chiappe. Tempo ne avevamo e decidemmo quindi di andare dove ci avrebbe portato la strada, un po’ alla ventura.
Vorrei aprire una parentesi anzi due:
1) per parlare di questo trip un solo post non sarà sufficiente
2) vorrei invece parlare un po’ della Route 66
Su questa strada leggendaria c’è ancora molta confusione, molti pensano sia stata costruita negli anni 50/60 e che sia ancora percorribile in tutta la sua lunghezza, alcuni addirittura che sia una specie di tangenziale che corre intorno a New York! Facciamo un po’ di chiarezza. La Route 66, conosciuta anche come Main Road, è stata una delle prime importanti autostrade federali costruite negli Stati Uniti, esattamente nel 1926 non molto tempo dopo che l’automobile divenne un mezzo popolare negli USA. Essa parte da Chicago, Illinois e attraversa numerosi stati quali Missouri, Kansas, Oklahoma, Texas, New Mexico, Arizona e California.
Nei suoi anni ruggenti, la Route 66 partiva da Chicago e terminava sulle scogliere del Pacifico, un viaggio lungo 3.945 km tra terreni agricoli, pianure e deserti. La highway entrava in California attraversando il fiume Colorado e poi, dopo un lungo tratto nel Mojave (qui è ancora possibile percorrerla per una buona parte) raggiungeva la zona di Inland Empire. A Victorville, il
Originariamente finiva a Los Angeles, più precisamente a Santa Monica a circa mezzo miglio dalla spiaggia. Vedete bene che considerarla come una tangenziale è alquanto riduttivo.
Durante gli anni ’30, dato il periodo della Grande Depressione venne utilizzata per spostarsi altrove e cercare nuovi posti di lavoro.
Fu per tanti anni un importante freeway, tuttavia durante gli anni ’60 e ’70 furono costruite molte autostrade interstatali dal governo federale per collegare l’intero Paese, facendo diventare la Route 66 una vecchia autostrada e nel 1985 il governo la tolse ufficialmente dalla lista del sistema autostradale americano.
Negli anni ’50, la Route 66 divenne la strada preferita da chi si spostava verso Los Angeles per vacanza. La strada passa attraverso il Painted Desert in Arizona e nei pressi del Grand Canyon Meteor Crater, il celebre cratere meteoritico dell’Arizona. Come era prevedibile
l’aumento vertiginoso del turismo dette l’impulso alla nascita di molte attrazioni commerciali lungo tutto il tracciato: si va dagli motel a forma di tepee oppure a forma di budino, oppure di balena o alligatore. Gli americani hanno una fantasia incredibile! Non vi dico poi i negozietti pieni di cianfrusaglie assortite. Non vanno dimenticati i musei zeppi di ciaffi che per noi sarebbero spazzatura. A proposito, lo sapete dove è stato inventato il primo McDonald? A San Bernardino il 15 aprile 1955 e c’è anche il Museo, a San Bernardino naturalmente…
https://youtu.be/0vKCDpvZBTQ

Bene, è tutto per oggi.

Bye bye

(On the road again.
Step 1)

E adesso?

La Russia sta vivendo una situazione catastrofica: «È una minaccia per l’intero Pianeta», ha dichiarato Greenpeace

Il 31 luglio la Russia ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale: la Siberia continua a bruciare e Mosca ha chiesto l’intervento dell’esercito. Sono 1200 i vigili del fuoco impegnati giorno e notte per spegnere le fiamme che in queste settimane hanno portato alla distruzione di 4 milioni di ettari di bosco nella Siberia dell’est.

Un’emergenza climatica e ambientale che secondo Greenpeace ha provocato l’emissione di oltre 166 milioni di tonnellate di anidride carbonica (più o meno quanto viene emesso in un anno da 36 milioni di auto) nell’aria. Una minaccia che coinvolge l’intero Pianeta.

Uno degli effetti collaterali di questa catastrofe è la produzione di «black carbon», ovvero particelle nere che rischiano di finire nell’Artico e depositarsi sul ghiaccio riducendone l’albedo (il potere riflettente di una superficie) e facilitando così l’assorbimento di calore, contribuendo ulteriormente al riscaldamento globale.

«Questi incendi avrebbero dovuto essere spenti immediatamente e invece sono stati ignorati», dichiara Martina Borghi, direttrice della campagna foreste di Greenpeace Italia. «Ora la situazione è catastrofica e le conseguenze che si avranno sul clima non sono una minaccia solo per la Russia, ma per l’intero Pianeta», dichiara Borghi.

«La Russia dovrebbe fare di più per proteggere le proprie foreste, ad esempio fornendo finanziamenti sufficienti per la prevenzione e il monitoraggio degli incendi». In Russia, secondo Greenpeace, oltre il 90 per cento degli incendi avviene nelle cosiddette «zone di controllo», ovvero aree in cui la legge non prevede che debbano essere spenti.

Molti degli incendi che quest’anno stanno divampando nelle «zone di controllo» avrebbero potuto essere estinti in fase precoce, questo avrebbe ridotto significativamente l’area interessata dagli incendi e le emissioni di CO2 nell’atmosfera.

Ma non è solo la Siberia ad essere stata colpita dal caldo record. Anche Alaska e Groenlandia stanno bruciando: centinaia gli incendi divampati in queste settimane che nell’isola più grande al mondo hanno provocato anche la fusione di un ghiacciaio che ha riversato 10 miliardi di tonnellate di acqua nell’oceano in un solo giorno.
Incendi, deserti e aumento delle migrazioni: per l’Onu il riscaldamento global provocherà un cataclisma.
Questo articolo l’ho copiato dal web, però non ricordo il nome dell’autore. È l’ennesima conferma sul fatto che l’uomo è di gran lunga l’animale più stupido, inutile e pericoloso che ci sia sulla terra. Non aggiungo altro, rischierei delle denunce. Ma chi mi conosce sa bene come la penso.
Forse è proprio un cataclisma quello che ci vuole per liberare la terra dalla presenza dell’uomo. E dopo che la natura riprenda il posto che le spetta.

Ma che cos’è la vita senza musica?

Qualcuno ha detto che la vita è come la scala di un pollaio, corta e piena di cacca. Non me la sento di smentire però, quando ascolto una roba come quella che segue, penso che dopotutto non siamo seppelliti dai pollai, basta fare quattro passi più in là e la scaletta piena di cacca te la scordi...

Un brano che “toglie le scarpe e le calze alle femmine”, direbbe il grande Paolo Conte…

Viaggi Ermeneutici

Romolo Giacani

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... Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. - It ain't over till it's over

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E’ un’illusione che le foto si facciano con la macchina… si fanno con gli occhi, con il cuore, con la testa. (Henri Cartier-Bresson)