E125…covid19

Sarà perché viviamo tempi difficili dei quali non si intravvede la fine, almeno io non la vedo, ma è sicuramente perché sono miope, mi capita sempre più spesso di pensare che è innegabile che il progresso ci faciliti la vita, però se da una parte dà dall’altra prende a man bassa e ci toglie piccoli coriandoli della nostra vita, oasi private dove rifugiarsi quando il mondo ce l’ha con noi… pensiamo per esempio agli oggetti di cui ci circondiamo, ma anche a ciò che indossiamo o mangiamo. Essi ci accompagnano nell’arco della vita e ci ricordano momenti belli e anche no. Però un conto  è relegarli nel cassetto dei ricordi, un altro cancellarli come se fossero imbarazzanti. Invece a volte sembra proprio che il vento dell’innovazione voglia spazzare via tutto quello che si è vissuto come se fosse spazzatura. Il progresso galoppa e non sente ragioni, ieri portavi questo tipo di occhiali da sole? Via, buttali sono obsoleti! Ti piaceva mangiare questa schifezza? Nella pattumiera presto! Non sai che contiene il Cagaben e il Ventolin che provocano diarrea e flatulenze? E noi buttiamo, non sia mai che per colpa delle nostre flatulenze si debba riaprire il buco dell’ozono che si è appena richiuso. Insomma in nome di questo progresso ci stanno rubando le nostre certezze cui eravamo affezionati. E non si salva nessuno, neppure la carta igienica! Non ci credete? E allora state a sentire.

Ho letto un articoletto che mi ha lasciata un po’ perplessa, visto l’argomento trattato che è un po’ prosaico ma che tuttavia fa parte della nostra vita. Vi faccio una domanda: che cosa hanno in comune caramelle e carta igienica.? Niente,  proprio niente, sono solo unite da una sorte simile . Andiamo con ordine.
Ci fu un tempo felice in cui noi tutti ci si ingollava di tutto senza stare a far caso a quello che mangiavamo, soprattutto dolciumi e bevande sospette, una per tutte la CocaCola della quale se ne sono dette di tutti i colori. Confesso pubblicamente di essere una cocacola dipendente. Gli ingredienti? Chi li conosceva? Non erano neppure scritti sulle confezioni e anche se ci fossero stati a noi non ce ne fregava una cippa, bastava che avesse un buon sapore dolce e andava bene cosi. La regola valeva per tutti gli alimenti e quindi tu andavi tranquillo, compravi e mangiavi, dov’era il problema? Quel che non ammazza ingrassa, diceva la nonna. Ma torniamo alle caramelle che sono quelle dalle quali è partito l’input. Diciamoci la verità, negli anni 80 abbiamo divorato le schifezze più immonde che si possano immaginare. Io per prima, ho succhiato vagoni di caramelle e masticato gomme (anche tre insieme)per fare la gara a chi faceva il pallone più grosso, che faceva il botto spalmandosi su tutta la faccia e quando lo avevi sfruttato a fondo te ne potevi liberare appiccicandolo dove volevi. Ai tempi della nonna le caramelle come le intendiamo noi non esistevano, erano dei piccoli dolcetti, incartati uno a uno, dai sapori perfettamente riconoscibili: anice, limone, mou, latte… ricordate le Mou di Elah? Le caramelle, come ogni altra cosa, prima degli anni Ottanta erano sobrie, e corrispondevano a un desiderio. Se volevi succhiare qualcosa di molto dolce simile alla frutta, potevi comprare quelle cosette a forma di spicchio di arancio o limone. La carta azzurra conteneva quelle all’anice, quella gialla al limone e quella arancione all’arancia e quella trasparente alla menta. Poi abbiamo capito che quello che chiamiamo desiderio è la salivazione prodotta da una cosa qualsiasi che ti venga presentata debitamente acconciata per sedurre. Più sarà sistemata bene più vorrai  possederla. Come primo gesto dunque per risvegliare la nostra passione i sapori nel frattempo erano stati sostituiti dai colori, quindi le caramelle sono state spogliate, via la stagnola, la plastichetta trasparente, via la distinzione tra l’una e l’altra. Dai paesi anglosassoni, erano arrivati gli orsetti dalle nuance trasparenti, strisce infinite di soffici marshmallows, more rosse e nere e le stecche di liquirizia Haribò, noi la chiamavamo sugamiclizia che era un nome che c’entrava poco ma anche la liquirizia non aveva niente a che fare con quelle rotelle nere. Finché un giorno qualcosa cambiò e questo qualcosa si chiama E125. E se anche noi non gli abbiamo dato l’importanza che meritava, E125 è stato per l’industria alimentare quello che una piccola palla di neve è per la montagna, rotola fino a diventare una valanga investendo tutto quello che incontra lungo il suo cammino. Allo stesso modo l’E125 è stata la prima di quella che si sarebbe rivelata una lunghissima serie di privazioni. In sostanza l’ E125 è un colorante che colora di rosso ed veniva messo un po’ dappertutto; si cercò di sensibilizzare la gente in tutti i modi possibili, in tv, nelle scuole portarono opuscoli, noi ci facemmo persino i temi per non dimenticarlo e per sensibilizzare a nostra volta i genitori: l’E125 doveva sparire dalle nostre vite. Leggevamo con accuratezza gli ingredienti di qualsiasi cosa perché L’E125 si trovava ovunque. Noi, diligenti, cominciammo a scansarlo come la peste. Niente di rosso potè più entrare nelle nostre case, e fu gettato via dai carrelli del supermercato, nel caso in cui nostra madre l’avesse incluso nella spesa per distrazione. Ricordo il Crodino bianco… che tristezza… Naturalmente anche  le caramelle dovettero  dire addio all’E125. Io mi chiedo tuttora: sicuramente questa caramella che sto succhiando non contiene il succo del frutto che promette pur essendo buona, quindi è palese che il buon sapore è stato ottenuto con gli aromatizzanti artificiali, sono sicuri? E quei coloranti erano poi così nocivi? Quanti di noi se ne sono abboffati, eppure sono ancora vivi. Ma non è più stato come prima, ormai il sasso era stato lanciato. Infatti da allora e a poco a poco l’E125 ha dato l’esempio. Si è analizzato tutto, anzi si è vivisezionato, aperto, scannerizzato anche l’impensabile, alimenti, ma anche prodotti per l’igiene personale e non, tutto ciò che viene a contatto con noi a partire dai cibi e le ‘bevande, gli abiti che indossiamo, dove viviamo, insomma non viene lasciato nulla al caso. Dicevamo che praticamente tutto è sotto osservazione per evitare sorprese, e  per proteggere la nostra salute. K nulla? E vi sbagliate, siamo arrivati, alla carta igienica. Pensavate che almeno la carta igienica fosse esentata da controlli? Illusi! Quando entrate in bagno e vi sedete sulla tazza di solito, prima di compenetrarvi nell’impresa, lanciate un occhiata al rotolo della carta igienica che occhieggia rassicurante nel suo vano. Dopo aver visto che ce n’è a sufficienza vi concentrate sullo scopo della vostra presenza in bagno, cioè l’eliminazione del vostro P.I.L., non vi passa neppure per la testa di pensare che essa possa essere un pericolo per la vostra salute. Le prime qualità che vi vengono in mente sono le solite, è …morbida al tatto ma robusta per l’uso che se ne fa, ha degli accattivanti disegni sulla superfice, cosa che accontenta il nostro senso estetico… E come no! È anche profumata! Alleluja! Stolti! Andiamo a vedere come stanno le cose … Cominciamo col dire che ogni giorno vengono abbattuti più di 27.000 alberi per produrla, secondo le associazioni del WWF. Oltre all’ impatto sull’ambiente presenta anche un’insidia per la nostra salute come vedremo di seguito. E questo come incipit non è male. Parliamo ora delle varie tipologie di carta. La carta bianca:
Per ottenere il colore bianco la carta è sottoposta ad un lavaggio al cloro. Come sappiamo il cloro è un disinfettante, lo si usa nell’acqua del rubinetto, ma per le mucose è un irritante e può provocare infiammazioni, soprattutto se è presente uno strofinio continuo. Inoltre per rendere la carta più resistente all’umidità a volte la si tratta conformaldeide, una sostanza dichiarata cancerogena.
Il tipo profumato

Alla carta si aggiunge un profumo per renderla più gradevole. Sono profumi di origine chimica, e contengono benzene e sostanze ftalate che possono creare allergie nel momento in cui entrano nel sangue.
La carta igienica riciclata

La carta igienica riciclata è fatta in buona parte da fogli di carta d’ufficio e di giornali che vengono riciclati. Essendo pieni d’inchiostro sono ripuliti ma il pericolo è che le tracce possono restare. Queste contengono Bisfenolo A, una sostanza che perturba il sistema endocrino se è presente in modo eccessivo.

Ci sarebbero in commercio delle carte igieniche di origine naturale, come quella che si produce dal bambù. Sono prive di qualsiasi sostanza e sono molto morbide… già e poi abbattiamo tutti i bambù? Un’altra soluzione è quella di  cambiare il sistema di pulizia. Mio marito, che è di Monghidoro, mi diceva che ai tempi di suo nonno nessuno aveva i servizi igienici in casa e quindi, quando scappava, il nonno era solito dire: scendo nel bosco cioè vado a boschire. Così usciva e s’inoltrava nel fitto degli alberi. E per pulirsi dopo? C’era sempre un ruscelletto per lavarsi. Se non c’era il bosco c’era pur sempre un campo ed in questo caso il nonno diceva “scendo in campo”, frase resa celebre da Silvio Berlusconi. In Giappone invece hanno trovato una soluzione ingegnosa, usano un getto d’acqua calibrato. Ora mi domando, è giusto andare avanti e sbarazzarci di tutto ciò che può arrecarci danno, ma di questo passo che ci rimane ? E che cosa c’è nel nostro futuro? E se domani qualcuno scoprisse che siamo circondati da pericoli assai più gravi dell’E125? 

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