A proposito dei Marò

http://www.libreidee.org/2013/01/la-vera-storia-dei-due-maro-colpevoli-e-mai-incarcerati/

.La vera storia dei due marò: colpevoli e mai incarcerati
Scritto il 13/1/13 • nella Categoria: segnalazioni
Hanno davvero ucciso due pescatori innocenti scambiandoli per pirati, sparando da una nave che non si trovava affatto in acque internazionali ma vicina alla costa indiana. Una volta arrestati, non hanno trascorso un solo giorno in carcere ma sono stati sempre ospitati in strutture confortevoli e hotel di lusso. Il governo italiano ha ammesso il loro errore e, intanto, ha provveduto in via extragiudiziale a risarcire le famiglie delle vittime. Questa la vera storia dei due marò del San Marco, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, trasformati in eroi nazionali: per “Giap”, il magazine curato dalla Wu Ming Foundation, si tratta di «una delle più farsesche “narrazioni tossiche” degli ultimi tempi». Verso Natale, la “narrazione tossica” «ha oltrepassato la soglia dello stomachevole, col presidente della Repubblica intento a onorare due persone che comunque sono imputate di aver ammazzato due poveracci (vabbe’, di colore…), ma erano e sono celebrate come… eroi nazionali. “Eroi” per aver fatto cosa, esattamente?».
La fonte della ricostruzione di “Giap” è il giornalista Matteo Miavaldi, che vive in Bengala ed è caporedattore per l’India del sito “China Files”, specializzato in notizie dal continente asiatico. «Il 22 dicembre scorso – scrive Miavaldi – Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, i due marò arrestati in Kerala quasi 11 mesi fa per l’omicidio di due pescatori indiani, erano in volo verso Ciampino grazie ad un permesso speciale accordato dalle autorità indiane. L’aereo non era ancora atterrato su suolo italiano che già i motori della propaganda sciovinista nostrana giravano a pieno regime, in fibrillazione per il ritorno a casa dei “nostri ragazzi”, promossi in meno di un anno al grado di eroi della patria», anche se il semplice resoconti dei fatti – ormai accertati dal tribunale indiano e di fatto accettati anche dalle autorità italiane – racconta tutta un’altra storia, dolorosa e tragica ma non certo eroica.

E’ il 15 febbraio 2012 e la petroliera italiana Enrica Lexie viaggia al largo della costa del Kerala, India sud-occidentale, in rotta verso l’Egitto. A bordo ci sono 34 persone, tra cui sei marò del Reggimento San Marco col compito di proteggere l’imbarcazione dagli assalti dei pirati: un rischio concreto, lungo la rotta che passa per le acque della Somalia. Poco lontano, il peschereccio indiano St. Antony trasporta 11 persone. Intorno alle 16.30 si verifica l’incidente: l’Enrica Lexie è convinta di essere sotto un attacco pirata, i marò sparano contro la St. Antony e uccidono Ajesh Pinky (25 anni) e Selestian Valentine (45 anni), due membri dell’equipaggio. La St. Antony riporta l’incidente alla guardia costiera del distretto di Kollam che subito contatta via radio l’Enrica Lexie, chiedendo se fosse stata coinvolta in un attacco pirata. Dall’Enrica Lexie confermano e viene chiesto loro di attraccare al porto di Kochi.

La Marina Italiana ordina ad Umberto Vitelli, capitano della Enrica Lexie, di non dirigersi verso il porto e di non far scendere a terra i militari italiani. Il capitano – che è un civile e risponde agli ordini dell’armatore, non dell’esercito – asseconda invece le richieste delle autorità indiane. La notte del 15 febbraio, sui corpi delle due vittime viene effettuata l’autopsia. Il 17 mattina vengono entrambi sepolti. Il 19 febbraio Massimiliano Latorre e Salvatore Girone vengono arrestati con l’accusa di omicidio. La Corte di Kollam dispone che i due militari non finiscano in un normale carcere ma siano tenuti in custodia presso una “guesthouse” della Cisf (Central Industrial Security Force), il corpo di polizia indiano dedito alla protezione di infrastrutture industriali e potenziali obiettivi terroristici. «Questi i fatti nudi e crudi. Da quel momento – continua Miavaldi – è partita una vergognosa campagna agiografica fascistoide», capitanata dal quotidiano “Il Giornale”, che ha coinvolto persino l’ufficio stampa della Ferrari di Luca Cordero di Montezemolo, pronto a sventolare il tricolore mescolando Formula Uno e marò del San Marco.

Per il governo Monti, scrive il giornalista italiano di “China Files”, il caso dei due marò ha rappresentato il primo grosso banco di prova davanti alla comunità internazionale, «escludendo la missione impossibile di cancellare il ricordo dell’abbronzatura di Obama, della culona inchiavabile, del lettone di Putin, della nipote di Mubarak, dell’harem libico nel centro di Roma e tutto il resto del repertorio degli ultimi 20 anni». Qualche esempio di strumentalizzazione? Margherita Boniver, senatrice Pdl, il 19 dicembre «riesce finalmente a fare notizia, offrendosi come ostaggio per permettere a Latorre e Girone di tornare in Italia per Natale». La segue a ruota Ignazio La Russa, Pdl, che il 21 dicembre annuncia di voler candidare i due marò nelle liste del suo nuovo partito, “Fratelli d’Italia”. «L’escamotage, che serve a blindare i due militari entro i confini italiani, è rimandato al mittente dagli stessi Latorre e Girone, irremovibili nel mantenere la parola data alle autorità indiane».

Il governo italiano, continua Miavaldi nella sua ricostruzione, ha sostenuto che l’Enrica Lexie si trovasse a 33 miglia nautiche dalla costa del Kerala, ovvero in acque internazionali, il che avrebbe dato diritto ai due marò ad un processo in Italia. La tesi è stata sviluppata basandosi sulle dichiarazioni dei marò e su non meglio specificate “rilevazioni satellitari”. Secondo l’accusa indiana, l’incidente si era invece verificato entro il limite delle acque nazionali: Girone e Latorre dovevano essere processati in India. Nonostante la confusione causata dai contrapposti campanilismi della stampa indiana e italiana, la posizione della Enrica Lexie non è più un mistero: hanno ragione gli indiani. Lo hanno dimostrato il 18 maggio gli investigatori: secondo i dati recuperati dal Gps della petroliera italiana e le immagini satellitari raccolte dal Maritime Rescue Center di Mumbai, l’Enrica Lexie si trovava a 20,5 miglia nautiche dalla costa del Kerala, nella cosiddetta “zona contigua”, cioè il tratto di mare che si estende fino alle 24 miglia nautiche dalla costa, entro le quali è diritto di uno Stato far valere la propria giurisdizione.

Sgombrato il campo da un’altra tesi fantastica (non sono stati i marò a sparare, ma qualcun altro, a bordo di una seconda nave che incrociava nelle vicinanze), a inchiodare i militari italiani è anche la perizia balistica, che parte dai 16 fori di proiettile rilevati sul peschereccio: gli esami confermano che a sparare contro la St. Antony furono due fucili Beretta in dotazione ai marò, fatto supportato anche dalle dichiarazioni degli altri militari italiani e dei membri dell’equipaggio a bordo sia dell’Enrica Lexie che della St. Antony, precisa sempre Miavaldi. Lo ammette persino il diplomatico Staffan De Mistura, sottosegretario agli Esteri del governo Monti: «La morte dei due pescatori è stato un incidente fortuito, un omicidio colposo: i nostri marò non hanno mai voluto che ciò accadesse, ma purtroppo è successo».

A questo punto, conclude “China Files”, possiamo tranquillamente sostenere che l’Enrica Lexie non si trovava in acque internazionali, e che i due marò hanno effettivamente sparato e ucciso. «Sono due fatti supportati da prove consistenti e accettati anche dalla difesa italiana, che ora attende la sentenza della Corte suprema circa la giurisdizione». Questo infatti è l’unico punto ancora in discussione: secondo la legge italiana e i suoi protocolli extraterritoriali, in accordo con le risoluzioni dell’Onu che regolano la lotta alla pirateria internazionale, i marò a bordo della Enrica Lexie devono essere considerati personale militare in servizio su territorio italiano (la petroliera batteva bandiera italiana) e dovrebbero godere quindi dell’immunità giurisdizionale nei confronti di altri Stati. La legge indiana dice invece che qualsiasi crimine commesso contro un cittadino indiano su una nave indiana – come la St. Antony – deve essere giudicato in territorio indiano, anche qualora gli accusati si fossero trovati in acque internazionali.

A livello internazionale, spiega Miavaldi, vige la Convention for the Suppression of Unlawful Acts Against the Safety of Maritime Navigation (Sua Convention), adottata dall’International Maritime Organization (Imo) nel 1988, che a seconda delle interpretazioni, indicano gli esperti, potrebbe dare ragione sia all’Italia sia all’India. «La sentenza della Corte Suprema di New Delhi, prevista per l’8 novembre ma rimandata nuovamente a data da destinarsi, dovrebbe appunto regolare questa ambiguità, segnando un precedente legale per tutti i casi analoghi che dovessero verificarsi in futuro», aggiunge il reporter di “China Files”. «Il caso dei due marò, che dal mese di giugno sono in regime di libertà condizionata e non possono lasciare il paese prima della sentenza, sarà una pietra miliare del diritto marittimo internazionale».

Descritti come “prigionieri di guerra in terra straniera” o militari italiani “dietro le sbarre”, Latorre e Girone in realtà «non hanno speso un solo giorno nelle famigerate carceri indiane». I due militari del San Marco, in libertà condizionata dal mese di giugno, come scrive Paolo Cagnan su “L’Espresso”, in India sono trattati col massimo riguardo e, in più di otto mesi, hanno sempre evitato le terribile celle dell’India, «alloggiando sempre in guesthouse o hotel di lusso con tanto di tv satellitare e cibo italiano in tavola». Tecnicamente, “dietro le sbarre” non ci sono stati mai. Un trattamento di lusso, accordato fin dall’inizio dalle autorità indiane che, come ricordava Carola Lorea sempre su “China Files” il 23 febbraio, si sono assicurate che il soggiorno dei marò fosse il meno doloroso possibile.

Tutto questo, mentre in Italia si scatenava la peggiore propaganda sciovinista. Lo stesso governo Monti non è rimasto certo con le mani in mano, cercando in ogni modo di «evitare la sentenza dei giudici indiani», ricorrendo persino all’intercessione della Chiesa. «Alcune iniziative discutibili portate avanti dalla diplomazia italiana, o da chi ne ha fatto tristemente le veci, hanno innervosito molto l’opinione pubblica indiana», rivela Miavaldi, che racconta come le autorità italiane abbiano coinvolto un prelato cattolico locale nella mediazione con le famiglie delle due vittime, entrambe di fede cattolica. Lo stesso De Mistura «si è più volte consultato con cardinali ed arcivescovi della Chiesa cattolica siro-malabarese, nel tentativo di aprire anche un canale “spirituale” con i parenti di Ajesh Pinky e Selestian Valentine, i due pescatori morti il pomeriggio del 15 febbraio». L’ingerenza della Chiesa di Roma «non è stata apprezzata dalla comunità locale» che, secondo il quotidiano “Tehelka”, «ha accusato i ministri della fede di “immischiarsi in un caso penale”, convincendoli a dismettere il loro ruolo di mediatori».

Il culmine dell’ipocrisia risale al 24 aprile, quando il governo italiano e i legali dei parenti delle vittime hanno raggiunto un accordo economico extra-giudiziario: alle due famiglie, col consenso dell’Alta Corte del Kerala, vanno 10 milioni di rupie ciascuna, in totale quasi 300.000 euro. Dopo la firma, aggiunge Miavaldi, entrambe le famiglie hanno ritirato la propria denuncia contro Latorre e Girone, lasciando solo lo Stato del Kerala dalla parte dell’accusa. «Raccontata dalla stampa italiana come un’azione caritatevole, la transazione economica è stata interpretata in India non solo come un’implicita ammissione di colpa, ma come un tentativo, nemmeno troppo velato, di comprarsi il silenzio delle famiglie dei pescatori». Tanto che il 30 aprile la Corte Suprema di Delhi ha criticato la scelta del tribunale del Kerala di avallare un simile accordo tra le parti, dichiarando che la vicenda «va contro il sistema legale indiano, è inammissibile». Eppure, secondo il ministro della difesa, ammiraglio Giampaolo Di Paola, si è trattato solo di «una donazione», di «un atto di generosità» addirittura «slegato dal processo». Commovente, no?

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28 pensieri riguardo “A proposito dei Marò

  1. Suzie, insisto. Premesso che concordo certamente nel non considerarli degli eroi e ribadendo che devono essere regolarmente processati… per quanto concerne la ricostruzione della giornalista mi posiziono in maniera agnostica, così come faccio rispetto alla innocenza dei marò. In definitiva… come siano andate le cose, non so. e nel web si trova di tutto ed il contrario di tutto. Però posso riportarti il parere di un esperto in diritto internazionale: “Il comportamento delle Autorità indiane è del tutto contrario al diritto internazionale, dato che gli organi dello Stato sono immuni dalla giurisdizione penale dello Stato straniero quando svolgono attività iure imperii. La giurisdizione sui fatti commessi dai propri organi in territorio straniero spetta allo Stato di nazionalità come, ad esempio, avvenne nel caso del Cermis dove correttamente la nostra Corte di Cassazione dichiarò il difetto di giurisdizione del giudice italiano ed il pilota del velivolo militare fu poi processato da un tribunale militare statunitense. “.
    La vergogna, semmai… fu che poi vennero praticamente assolti.

  2. Ossia: “la posizione indiana è contraria al diritto internazionale. Dal punto di vista giuridico, l’India esercita giurisdizione in ragione del presunto verificarsi dei fatti all’interno delle proprie acque territoriali. Premesso che la circostanza è probabilmente non veritiera, in ogni caso nulla sarebbe cambiato per il diritto internazionale: il regime di immunità dello Stato straniero (e dei suoi organi) dalla giurisdizione dello Stato del foro, infatti, si applica anche per i fatti commessi nel territorio dello Stato del foro. “

    1. e perchè non dovrebbe essere vera la faccenda delle acque territoriali? Come hai detto tu nel web si legge tutto e il contrario di tutto. Quindi perchè dovrei credere a chi dice che erano in acque territoriali? E se invece non c’erano?
      I piloti del Cermis hanno fatto una bravata senza pensare alle conseguenze. Ovviamente, anche se non sono certo partiti pensando “adesso per divertirci andiamo a tagliare i cavi della funivia, così cade la cabina”, sono lo stesso responsabil, si sono comportati da incoscienti. Anche se non avevano intenzione di uccidere, questo è accaduto.
      I due Marò invece hanno sparato proprio per uccidere, la loro intenzione era quella. E’ divewrso.

      1. Rileggi il mio commento con più attenzione, Suzie. Se pure fosse vera, se i nostri marò fossero stati nel loro territorio, comunque andrebbero giudicati dall’Italia. Erano un organo dello Stato, mandato in missione.
        Appunto. Quelli fecero una bravata… eppure sono stati giudicati in Usa. I nostri si sono semmai lasciati prendere dal panico, non avevano intenzione di uccidere. Non hanno ucciso per…che so, una donna o altro. O per rubare. Hanno sparato per difendersi. Sarebbero a maggior ragione da comprendere (per quanto vadano comunque puniti, SE un tribunale ITALIANO li giudicasse colpevoli).

    2. Forse ti ha confuso la parola “foro” generica (ahahaha… lo so che genera doppisensi questa cosa, ma parlo seriamente, per una volta). Te lo riscrivo aggiungendo delle specificazioni all’interno dei trattini:
      “in ogni caso nulla sarebbe cambiato per il diritto internazionale: il regime di immunità dello Stato straniero -l’Italia, in questo caso- (e dei suoi organi -i marò in questo caso-) dalla giurisdizione dello Stato del foro -Indiano, in questo caso-, infatti, si applica anche per i fatti commessi nel territorio dello Stato del foro -indiano-. “

  3. E se devo dirla tutta… (premesso che dovevano stare più attenti e che hanno sbagliato), mi chiedo… e vorrei chiedere allo stato Indiano: “Sono anni che avvengono episodi di pirateria in quelle zone, che rendono problematico (e costoso in termini di costi e di vite di persone altrettanto innocenti che lavorano a bordo di imbarcazioni commerciali) e rallentano il traffico delle merci internazionali. Voi che cacchio fate per impedirle? Ci vuole poi tanto… in mare aperto, a beccare coi radar e satelliti vari delle imbarcazioni che compiono atti di pirateria prima che rientrino in porto?”. Questo, ripeto, senza sminuire le colpe dei marò…che vanno verificate e punite dagli organi giudiziari ITALIANI.

    1. Le rimostranze al Governo Indiano si possono fare. Tuttavia, anche se la situazione è quella che è, i due marò non dovevano sparare! Hanno forse rilevato gesti o atteggiamenti che potessero far pensare ad un eventuale attacco ? No, avevano tutto il diritto di stare in guardia e difendersi in caso di attacco, ma non di sparare a due inermi pescatori che si facevano i fatti loro.

      1. Le rimostranze non son servite, però. Il governo indiano ha fatto come coloro che avendo il coltello dalla parte del manico (i marò, in questo caso), decide arbitrariamente ed in barba al diritto internazionale di fare come gli pare (ossia tenerseli). Dunque, se c’è qualcuno che si dovrebbe vergognare (e qui rispondo anche ad Anna), sono loro.
        Inoltre, io non discuto, (ti ripeto… forse non sono stato chiaro) sul fatto che non dovessero sparare. Dico che devono essere giudicati qui, è diverso.

    2. Il fatto che il Governo Indiano faccia poco o nulla per porre un freno alla pirateria non autorizza nessuno Pinco Pallino a sparare e uccidere, a meno che non siano stati minacciati e attaccati. E poi il Governo Italiano aveva fatto un patto, che ha tradito! Ma stiamo scherzando? Sarebbe come se io, guardando dalla finestra e vedendoti passeggiare avanti e indietro, ti sparassi per difendermi da un eventuale tuo asssalto a casa mia a scopo di rapina. Tanto ne fanno uno tutti i giorni e tu potresti essere un rapinatore, per cui BOOOOM ti sparo per prevenzione. Ma non esiste!

      1. No, certo che no… non volevo dire questo. Non dovevano sparare. Però il tuo esempio non calza. Il pescatori non stavano passeggiando o pescando… hanno puntato verso la barca. O almeno così dicono. Bisogna appurare la verità… se no parliamo del nulla.
        Quello che è certo è che gli Indiani hanno violato il diritto internazionale, tenendoseli. E noi abbiamo violato la nostra parola… tenendoceli. Mi pare consono…visto che non c’era altro modo.
        Tieni presente che tu parti dal presupposto che siano colpevoli… il che è sbagliato. Io non escludo niente, aspetto delle indagini -magari condotte da una commissione estera e neutrale-, che ci facciano capire com’è andata. Inoltre, dico che è l’Italia a doverli giudicare, dopo l’inchiesta. Non loro. Solo questo. Non farmi ripetere per la terza o quarta volta che se sono colpevoli… devono pagare, anche secondo me.

      2. Provo a farti un controesempio, Suzie. Metti che i pescatori abbiano puntato davvero verso la barca. E che i marò abbiano fatto loro segno di allontanarsi. E che loro, incuranti, abbiano continuato a dirigersi verso la nave, magari per vendere del pesce… ed ad un certo punto…arrivati vicinissimi, abbiano fatto il gesto di prendere qualcosa da sotto il ponte. Magari l’attrezzo per accostarsi (si chiama “mezzo-marinaio). A quel punto tu… marò mandato a proteggere una nave dai pirati che frequentemente abbordano proprio in quella maniera… cosa avresti fatto? Avresti aspettato che magari tirassero fuori un bazooka e ti sparassero, prima di sparare a tua volta? Non credo.
        Ora… io non so se i fatti siano andati così. Ma nemmeno tu sai se siano andati diversamente. A questo punto, io dico… la legge internazionale dice che l’Italia deve indagare e giudicare i marò. Tu, governo Indiano… lasciaglielo fare. Altrimenti trattenere i marò diventa un sequestro di persona. Anzi, di soldati. E’ gravissimo. E se tu sequestri… io ti piglio in giro dicendo che tornano, ma non li faccio tornare. Ci sta. Per me… ci sta.
        Metti che uno di quelli fosse tuo fratello… e che… essendo innocente (glielo vogliamo dare il beneficio del dubbio?), venisse trattenuto in India nonostante fosse suo diritto essere giudicato in Italia. Cosa penseresti, tu?

        1. Metti questo….metti quello…..e mettici pure quello che vuoi, anche il mezzomarinaio….Brumbru, erano solo due pescatori, mica un plotone di marines inferociti! Che vuoi che prendessero su da là sotto, un carrarmato?
          Se fosse stato mio fratello? Ma pure se fosse stato mio figlio, se ha sbagliato ha sbagliato e deve pagare, anche se soffro le pene dell’inferno. Ma scherziamo?

      3. Non serve tirar fuori un carro armato, Suzie. Di questo te ne devi fare una ragione. E’ un fatto. Dei piccoli pescherecci apparentemente innocui hanno già assaltato con successo delle grosse navi.
        http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/esteri/pirati-nave/somalia-cargo/somalia-cargo.html
        Se leggi fino in fondo quest’articolo… (pensa che ironia del destino…) parla anche di una fregata indiana che ha colato a picco un peschereccio thailandese ( uccidendo 14 marittimi) scambiandolo per un peschereccio pirata. Vedi un pò te…

  4. Ma perchè non usiamo un po’ di questi soldati per
    combattere la criminalità in italia …. dopo averli
    addestrati al nuovo compito si fa una bella ripulita,
    meglio che muoiano per sbaglio due boss che non
    due pescatori 🙂

  5. Nemmeno io ho capito perchè riservare tanti onori a due imputati. Ho apprezzato molto questo post e il dibattito che ne è nato. Brava
    Baci

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